SEDE PROVINCIALE DI GENOVA 
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Notizie

RASSEGNA STAMPA – BONUS

Lavori in casa, chi perde con la manovra

Sconti in calo dal 2018 per finestre, caldaie e tende solari – Cantieri da accelerare per evitare la stretta

Partiamo da un caso reale. Il proprietario di un appartamento ha appena ricevuto un preventivo di 4mila euro per la sostituzione di una portafinestra e due finestre comprensive di infissi, valido 90 giorni. Se esegue i lavori (e li paga con bonifico) entro fine anno, avrà una detrazione fiscale di 2.600 euro (il 65%), da dividere in dieci rate annuali da 260 euro; se aspetta fino all’anno prossimo, dovrà accontentarsi di 2mila euro (il 50%).
Puntuale come ogni anno, il disegno di legge di Bilancio rimette mano ai bonus fiscali sui lavori edilizi. Proroghe, modifiche, nuove detrazioni. Un pacchetto di novità destinate a entrare in vigore il 1° gennaio 2018, che impongono a tanti proprietari immobiliari di valutare con attenzione se conviene accelerare (o rinviare) interventi già programmati, o magari solo immaginati. Il tutto con l’incertezza legata a un testo – quello del Ddl di Bilancio – che potrebbe ancora essere modificato dal Parlamento, con conseguente rinvio del momento in cui i contribuenti avranno un quadro certo della normativa.
Diciamo subito che per i privati (persone fisiche) la data chiave è quella di effettuazione del bonifico “parlante” (o di utilizzo del bancomat e della carta di credito per il bonus mobili). Quindi, se il proprietario del bilocale che deve cambiare pagasse l’acconto quest’anno e il saldo nel 2018, avrebbe detrazioni diverse in base al momento di esecuzione del bonifico. E, naturalmente, pagando quest’anno inizierebbe a scontare la detrazione dall’Irpef già nel modello Redditi o 730 presentato nel 2018.
Attenzione, però, a un aspetto delicato. Il Ddl di Bilancio 2018 prevede la riduzione dal 65 al 50% dell’ecobonus per il cambio delle finestre, la sostituzione delle caldaie con impianti a condensanzione e l’installazione di schermature solari. In questi casi – a parità di percentuale detraibile – il proprietario potrebbe scegliere di sfruttare il 50% “standard” anziché l’ecobonus, evitando così la pratica con l’Enea (e anche i requisiti prestazionali ora richiesti per beneficiare dell’ecobonus, ad esempio in termini di trasmittanza termica per le finestre). Ma non bisogna dimenticare che, anche se sarà ridotto al 50%, l’ecobonus manterrà un plafond di spesa dedicato, che anzi – per come è scritta la norma di legge – si alzerà (si veda la scheda in pagina): quindi chi userà il 50% “verde” non intaccherà i 96mila euro di spesa massima agevolabile con il 50% “standard”.
Oltre che per massimizzare le detrazioni e anticiparne l’uso in dichiarazione dei redditi, può esserci anche un altro motivo per accelerare gli interventi. Nel prorogare il bonus mobili al 2018, il Ddl di Bilancio lo condiziona al fatto che i lavori edilizi cui viene abbinato siano avviati dal 2017. Perciò, chi ha iniziato le opere l’anno scorso e compra gli arredi l’anno prossimo, sarà tagliato fuori, a meno di avviare un “nuovo” cantiere. Con l’avvertenza che, come in passato, il bonus mobili non è mai abbinabile all’ecobonus.

RASSEGNA STAMPA – RICORSO IPOTECA

Cassazione. Impugnazione senza la precedente opposizione

Ricorso sull’ipoteca anche dopo il preavviso

L’iscrizione ipotecaria può essere impugnata anche se in precedenza non è stato presentato ricorso contro la comunicazione di preavviso della misura cautelare. Quest’ultima, infatti, non rientra esplicitamente nell’elenco degli atti impugnabili nel contenzioso tributario, con la conseguenza che la sua opposizione ha natura facoltativa e non preclusiva dell’eventuale successivo ricorso contro l’ipoteca. A fornire questa interpretazione è la Cassazione con l’ordinanza 26129/2017 depositata ieri.
L’iter processuale
Un contribuente ha impugnato contro l’agente della riscossione l’iscrizione ipotecaria per crediti tributari erariali.
La commissione tributaria provinciale ha rigettato il ricorso. La Ctr a cui si è appellato il contribuente ha confermato la decisione osservando che, in realtà, il ricorso introduttivo si doveva considerare inammissibile in quanto il contribuente avrebbe dovuto impugnare precedentemente il preavviso della medesima ipoteca trattandosi di atto autonomamente ricorribile. Non avendo proceduto in tal senso il ricorso contro la successiva ipoteca si doveva ritenere inammissibile.
Il contribuente si è rivolto così in Cassazione che invece ha accolto l’impugnazione.
La decisione
In particolare, secondo i giudici di legittimità, nel contenzioso tributario l’impugnazione da parte del contribuente di un atto, che ha natura impositiva, non espressamente indicato nell’articolo 19 del Dlgs 546/1992 rappresenta una facoltà e non un onere.
Il mancato esercizio di tale facoltà non preclude la possibilità di impugnazione dell’atto successivo. Di conseguenza la decisione della Ctr è errata perché ha sostenuto la preclusività della mancata impugnazione del preavviso di iscrizione ipotecaria.
Tale atto sicuramente deve essere emesso e quindi sotto il profilo procedurale ha natura obbligatoria, ma non rientra nell’elenco contenuto nell’articolo 19 del Dlgs 546/1992.
Quindi la sua impugnazione rappresenta una mera facoltà per il contribuente e, nel caso in cui non venga esercitata, non può costituire una preclusione per la presentazione del ricorso contro la successiva ipoteca, che quindi deve ritenersi pienamente legittimo.
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Laura Ambrosi

I NEGOZI E LE SPESE COMUNI

Servizi comuni. Eccezioni ammesse solo se previste nei regolamenti condominiali

I negozi non sfuggono alle spese

Molto spesso i proprietari dei negozi e di tutte le unità immobiliari con accesso diretto alla strada suppongono che le spese di ristrutturazione dell’androne e delle scale non li riguardino e quindi di essere esclusi dal loro riparto. E invece non è così (lo dicono praticamente tutte le sentenze della Cassazione): anche loro devono pagarle, così come quelle per il portiere, perché conta la destinazione potenziale dei beni all’uso comune e non il loro effettivo utilizzo da parte di ciascun condòmino.
Infatti nelle sentenze si afferma che, in mancanza di una diversa e specifica convenzione, si deve accertare se le spese si riferiscono a 
parti e a servizi comuniche costituiscono elementi necessari per l’esistenza del fabbricato e che, in tal caso, anche i titolari dei negozi devono contribuire (Cassazione, sentenza 9986/2017).
Ai condòmini, tuttavia, è consentito stipulare un 
accordo (o inserire nel regolamento condominiale contrattuale una apposita clausola) per escludere dalla partecipazione a specifiche spese comuni i proprietari dei negozi o anche dei garages.
L’androne e le scale di un edificio sono comuni anche ai proprietari dei locali terranei con 
accesso diretto alla strada, (Cassazione sentenza 761/1979). Quindi anche i proprietari dei negozi devono partecipare (magari stabilendo una misura ridotta di contribuzione in considerazione della minore utilità che viene acquisita da essi) alle spese relative alla manutenzione e alla ricostruzione delle scale (Cassazione, sentenza 15444/2007) e dell’androne, perché servono per accedere alla portineria, al tetto o al lastrico solare .
Regola analoga viene applicata anche alle spese relative al servizio di 
portierato(Cassazione sentenza 12298/2003), perché, se il regolamento condominiale non contiene una diversa previsione, il servizio di portierato viene svolto nell’interesse comune di tutti i condomini, compresi i proprietari dei negozi e dei magazzini posti sulla pubblica via, anche se, nella misura della contribuzione dovuta da questi ultimi, si può tenere conto del loro eventuale minore interesse al godimento del servizio (Cassazione sentenza 2622/1968). Ma se il regolamento le indica tra quelle di carattere generale devono essere ripartite tra tutti i condomini ai sensi dell’articolo 1123 del Codice civile in proporzione al valore della proprietà di ciascuno e non è configurabile una deroga solo perché esiste una tabella, allegata al regolamento, per ripartire di spese particolari di pertinenza dei soli appartamenti (Cassazione sentenza 5081/1990).
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Ettore Ditta

RISCALDAMENTO – TERMOVALVOLE

Riscaldamento. Nel consuntivo si deve applicare la nuova ripartizione, altrimenti si rischiano sanzioni

Termovalvole, tabelle da rifare

Si usa la norma Uni 10200, salvo squilibri di consumo superiori al 50%

Dopo l’installazione dei sistemi di termoregolazione e contabilizzazione, potrebbe essere obbligatorio cambiare la tabella millesimale del riscaldamento.
Quest’ultima serve unicamente per la ripartizione delle seguenti spese di utilizzo: a) dispersioni di calore dalle tubatura comuni (la cosìddetta quota fissa); b) manutenzio ne ordinaria; c) energia elettrica; d) ove presente, il terzo responsabile. La tabella del riscaldamento non deve essere invece utilizzata per la ripartizione delle spese riferite alla 
manutenzione straordinaria o alla sostituzione del generatore di calore (fatta salva, ovviamente, la diversa disposizione contenuta nei regolamenti aventi natura contrattuale, approvati ed accettati, cioè, da tutti i condomini).
È 
obbligatorio redigere e approvare la nuova tabella millesimale quando per la ripartizione della spesa del riscaldamento viene fatto ricorso alla norma Uni 10200 (al momento è in vigore la versione del 2015; la norma è però in corso di revisione da parte Comitato Termotecnico Italiano e dovrebbe vedere la luce nel 2018). Lo impone la norma tecnica stessa, richiamata dal Dlgs 102/2014 articolo 9, comma 5, lettera d). Attenzione, però: nei casi in cui una relazione asseverata dovesse attestare che vi sono differenze di fabbisogno termico per metro quadro tra le unità immobiliari superiori al 50%, è possibile anche utilizzare la precedente tabella millesimale per ripartire le spese sopra indicate.
Per la determinazione dei nuovi valori millesimali è necessario preventivamente
calcolare il fabbisogno energetico delle singole unità immobiliari. Il professionista abilitato deve fare ricorso alla norma tecnica Uni Ts 11300 che, però, deve essere coordinata con le disposizioni di legge in materia di formazione delle tabelle millesimali.
Il tecnico, quindi, nel calcolare il fabbisogno, deve considerare solo le parti comuni e le eventuali modifiche alle stesse (ad esempio cappotti esterni, coibentazioni del tetto o del sottotetto se comune). Non potranno essere invece considerate le migliorie apportate all’interno delle singole unità immobiliari quali, ad esempio, la sostituzione degli infissi con doppi vetri o i cappotti interni.
Trova infatti applicazione l’articolo 68, comma 2, delle Disposizioni di attuazione del Codice civile: nell’accertamento dei valori millesimali non si tiene conto, tra l’altro, dei miglioramenti e dello stato di manutenzione di ciascuna unità immobiliare.
La nuova tabella e i criteri di ripartizione di cui alla norma Uni 10200 devono essere approvati con la 
maggioranza degli intervenuti e almeno 500 millesimi (articolo 26, comma 5 della legge 10/1991). Se l’assemblea non delibera, ciascun condòmino può rivolgersi al Tribunale in volontaria giurisdizione (articolo 1105 del Codice civile) e ottenere un ordine di adempiere.
Il legislatore, al capoverso dell’articolo 9, comma 5, del Dlgs 102/2014, ritiene che la contabilizzazione dei consumi di ciascuna unità immobiliare, e la suddivisione delle spese del riscaldamento in base ai criteri previsti dalla legge, favoriscano il contenimento dei consumi energetici. La norma ha quindi carattere imperativo e
non può essere derogata nè da una delibera assembleare né da un regolamento avente natura contrattuale. L’articolo 1418 del Codice civile sanziona con la nullità i contratti o le singole clausole contrarie a norme imperative.
La 
mancata applicazione dei criteri di ripartizione previsti dalla legge espone il condòmino (articolo 16 del Dlgs 102/2014), alla sanzione amministrativa da 500 a 2500 euro e a provvedere ai lavori entro 45 giorni.
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Edoardo Riccio

LE DEROGHE L’obbligo di contabilizzazione ha carattere di norma imperativa e non è derogabile neppure dal regolamento contrattuale

RASSEGNA STAMPA – LA TARI

Tributi locali. Lo stop ai rincari nel 2018 non riguarda anche l’imposta di soggiorno – Niente Imu/Tasi per gli inagibili nelle aree terremotate

Per la Tari niente blocco degli aumenti

Proroga a tutto il 2018 dell’esenzione Imu/Tasi per gli immobili inagibili ubicati nelle zone terremotate e estensione di un ulteriore anno del blocco degli aumenti dei tributi comunali, con alcune eccezioni. Il disegno di legge di bilancio 2018 contiene alcune prevedibili misure che riguardano le entrate dei comuni.
In base all’articolo 8, comma 3, del Dl 74/2012, le unità immobiliari ubicate nelle zone colpite dal sisma del 20 e del 29 maggio 2012, se dichiarate inagibili, sono esenti da imposte patrimoniali fino alla ricostruzione e agibilità delle stesse e comunque non oltre il 31 dicembre 2014. Quest’ultimo termine è stato più volte prorogato da disposizioni di legge fino al 2017. Nel Ddl di bilancio 2018 si prevede una ulteriore proroga per l’anno prossimo. Sarebbe a questo punto opportuno sopprimere del tutto qualsiasi scadenza temporale e disporre il ripristino della tassazione solo dopo che gli immobili sono di nuovi atti all’uso.
L’altra disposizione annunciata riguarda l’estensione al 2018 del blocco dei tributi comunali, disposta per la prima volta per l’anno 2016. In particolare, la previsione riguarda le sole entrate tributarie, con espressa eccezione della Tari, che invece resta liberamente manovrabile. Ne consegue pertanto che può essere aumentato, ad esempio, il Cosap, nei comuni in cui sostituisce la Tosap, mentre il canone di autorizzazione all’installazione dei mezzi pubblicitari, sostitutivo dell’imposta sulla pubblicità, avendo natura tributaria, è soggetto al vincolo.
Vale ricordare al riguardo che secondo le Faq delle Finanze il divieto in esame non è aggirabile, ad esempio, incrementando talune aliquote Imu e riducendone altre, al fine di mantenere un certo equilibrio nella pressione fiscale complessiva. In tale eventualità, infatti, sempre secondo le Finanze, il contribuente sarebbe legittimato a disapplicare le aliquote maggiorate e a tener conto di quelle ridotte. Rientra ugualmente nel blocco la revoca di eventuali agevolazioni adottate a livello locale. Si pensi ad esempio all’assimilazione all’abitazione principale delle case in proprietà di anziani o disabili residenti in istituti di ricovero.
Con riferimento alla Tari, si ricorda che dal 2018, in assenza di modifiche, perde efficacia la facoltà del Comune di derogare i limiti minimi e massimi dei coefficienti di produttività dei rifiuti (Dpr 158/1999), sino alla soglia del 50 per cento. Inoltre, sempre a decorrere dall’anno prossimo, i comuni dovrebbero tener conto dei fabbisogni standard nella elaborazione del piano economico finanziario.
Un discorso a parte deve essere fatto con riferimento all’imposta di soggiorno. Ai sensi dell’articolo 4 del Dl 50/2017, «a decorrere dal 2017» i comuni possono istituire il tributo o deliberare aumenti delle relative tariffe. Ne deriva che, in assenza di una espressa e specifica disposizione contraria, l’imposta di soggiorno deve ritenersi esclusa dal blocco dei tributi. Tanto, in ragione della evidente specialità della previsione.
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Luigi Lovecchio

TRIBUNALE

LA SENTENZA 

01 La revocatoria
Il Tribunale di Arezzo conferma che l’atto di destinazione ex articolo 2645-ter del Codice civile compiuto in pregiudizio del creditore è passibile di revocatoria.
02 L’atto
L’atto di destinazione crea una separazione patrimoniale che rende impossibile il soddisfacimento del creditore anteriore e ne pregiudica le ragioni, salvo che il debitore provi la disponibilità di altri beni.
03 ragioni del creditore
Il creditore munito di titolo esecutivo e pregiudicato dall’atto di destinazione a titolo gratuito successivo al suo credito, può procedere direttamente all’esecuzione forzata, se trascrive il pignoramento entro un anno dalla trascrizione dell’atto di destinazione 

TRIBUNALE

Tribunale di Arezzo. La separazione patrimoniale non può compromettere, consapevolmente, i diritti del creditore

Atto di destinazione revocabile

Con un titolo valido è possibile procedere all’esecuzione forzata dei beni

L’atto di destinazione (articolo 2645-ter del Codice civile) compiuto in pregiudizio del creditore è passibile di revocatoria.
Questo il principio dettato dal Tribunale di Arezzo con la sentenza del 24 agosto scorso, n. 966/2017, nel solco della sentenza della Corte di appello di Bologna del 10 agosto 2017, n. 1845/2017 (si veda «Il Sole 24 Ore» del 26 ottobre).
Una madre, cui era stato notificato un decreto ingiuntivo nel 2009, opposto ma confermato con sentenza del febbraio 2014, con atto trascritto a maggio 2014, aveva destinato un immobile di sua proprietà (l’unico, a quanto consta) a favore della figlia minore. Gli interessi perseguiti (in sé ritenuti meritevoli di tutela) erano garantire alla minore un’abitazione, nonché il mantenimento, l’istruzione e il sostegno fino al raggiungimento della sua indipendenza economica ma non oltre il trentatreesimo anno di età. Una destinazione “pura”, non accompagnata da un trasferimento della proprietà.
Il giudice aretino riscontra tutte e quattro le condizioni richieste dell’articolo 2901 del Codice civile: un credito non contestato e un atto di disposizione del debitore. Tal è qualsiasi atto idoneo a incidere sul patrimonio del debitore, sia dal punto di vista quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo. La terza condizione è il pregiudizio alle ragioni del creditore. I beni destinati possono costituire oggetto di esecuzione solo per debiti contratti per lo scopo. Il vincolo rende più difficile, se non impossibile, al creditore l’esazione del proprio credito. La convenuta avrebbe dovuto dimostrare la disponibilità di ulteriori beni idonei al soddisfacimento del creditore, ma tale prova è mancata. La quarta condizione è relativa alla consapevolezza del debitore di arrecare pregiudizio alle ragioni del creditore. La prova può essere data per presunzioni e il Tribunale di Arezzo ha ritenuto sufficiente la specifica dinamica temporale. L’atto di destinazione era infatti di poco successivo a un precedente giudizio che aveva visto vittorioso il creditore revocante, con formazione di un titolo esecutivo in suo favore: tanto è bastato per ritenere l’atto di destinazione intenzionalmente diretto a sottrarsi a un’azione esecutiva prossima.
Vincolo dunque inefficace nei confronti del creditore procedente, con condanna della debitrice alle spese.
Si conferma, così, una presunzione giurisprudenziale di frode, che, dal 27 giugno 2015, è diventata una presunzione legale. L’articolo 2929-bis del Codice civile, introdotto dal Dl 83/2015, consente oggi al creditore, munito di titolo esecutivo e pregiudicato da un atto di destinazione a titolo gratuito successivo al sorgere del credito, di procedere direttamente a esecuzione forzata, se trascrive il pignoramento entro un anno dalla trascrizione dell’atto di destinazione. Il debitore può opporsi provando che l’atto non ha arrecato pregiudizio o che egli non ha avuto conoscenza del pregiudizio. La regola ci dice che nessuno può compiere liberalità a spese dei propri creditori. La bilancia dà prevalenza all’interesse del creditore sull’interesse del debitore. Ma c’è interesse e interesse. La legge 112/2016 sul “dopo di noi”, ad esempio, fertilizza l’idea che i trust, i contratti di affidamento fiduciario e gli atti di destinazione in favore di persone con disabilità, adeguati allo scopo e proporzionati al patrimonio del debitore, hanno un altro peso, anche valoriale.
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Angelo Di Sapio
Daniele Muritano

RASSEGNA STAMPA – COMPRAVENDITA

Il neo condòmino 
manda la «stipula» 
Il condòmino può dare notizia all’amministratore di condominio del trasferimento di un diritto (compravendita di un’unità immobiliare), oltre che inviando copia autentica dell’atto di cessione, anche mediante la «dichiarazione di avvenuta stipula» rilasciata dal notaio rogante, purché risulti provvista di tutte le indicazioni utili. Lo afferma il Garante della privacy

RASSEGNA STAMPA – CONTABILITA’ SEMPLIFICATA

Imprese minori. Per le aziende che hanno dovuto adottare la contabilità semplificata l’imponibile sarà difficilmente omogeneo a quello del precedente periodo d’imposta

Regime di cassa al vaglio degli acconti

Chi aveva merci in magazzino o lavori in corso rileverà una perdita e non dovrà pagare entro novembre

Un notevole lavoro di rideterminazione degli acconti Irpef e Irap coinvolge le imprese in contabilità semplificata, che dal 2017 determinano obbligatoriamente il reddito mediante il criterio di cassa e ciò in quanto l’imponibile fiscale difficilmente sarà omogeneo con quello dichiarato nel periodo d’imposta precedente.
Le imprese individuali e le società di persone in regime di contabilità semplificata dal periodo di imposta 2017 determinano, infatti, il reddito con il criterio informato al principio di cassa, pur rimanendo applicabile il criterio della competenza economica per alcuni costi.
In tale contesto, in base al nuovo articolo 66 del Tuir, modificato dall’articolo 1, comma 17 della legge 232/2016 le rimanenze iniziali sono interamente deducibili dal reddito del 2017 e non sono rinviabili nei futuri esercizi; inoltre, le imprese in contabilità semplificata non possono rinviare la deduzione delle perdite di impresa agli esercizi successivi, ma la perdita è interamente deducibile dal reddito complessivo nel periodo di imposta in cui essa è stata sofferta.
Verosimilmente le imprese in contabilità semplificata che al 1° gennaio 2017 detenevano delle merci in magazzino, oppure lavori in corso di esecuzione, rileveranno per l’anno 2017 una perdita fiscale che rende inutile il versamento dell’acconto Irpef, addizionali ed Irap entro il 30 novembre.
Ovviamente, in presenza di una perdita fiscale pressoché sicura, i soggetti Irpef procederanno alla rideterminazione degli acconti su base previsionale, versando il 100% delle imposte che risulteranno dovute per l’anno 2017, le quali potranno anche essere nulle in molti casi.
Le imprese che dispongono di un ammontare elevato di rimanenze hanno, in alternativa, l’interesse all’opzione per la contabilità ordinaria, che da quest’anno ha un vincolo triennale. Tale scelta, che si comunicherà nella prossima dichiarazione Iva, oltre alla tenuta del libro giornale ed inventari, comporta la redazione del prospetto delle attività e delle passività in base al 689/74 con riferimento ai valori fiscalmente rilevanti alla data del 1° gennaio 2017. Ovviamente in questo caso gli acconti di imposta non subiscono alcuna conseguenza.
Ma il cambiamento di regime dalla competenza alla cassa, per le imprese in contabilità semplificata porterà ad una modifica sostanziale del reddito anche per le realtà prive di rimanenze come, ad esempio, gli agenti e rappresentanti di commercio. Questi contrbuenti fino al 31 dicembre 2016 dichiaravano le provvigioni maturate; invece dal 2017 dovranno computare nel reddito le provvigioni fatturate o riscosse nel 2017 e con ogni probabilità questo non avviene per quelle maturate negli ultimi mesi dell’anno. Quindi il reddito 2017 sarà inferiore a quello del 2016.
Sempre con riferimento alla determinazione degli acconti Irpef con il metodo previsionale, occorre anche stabilire la scelta contabile del criterio di cassa e cioè se viene adottato quello ordinario, ossia della rilevazione dei mancati incassi e pagamenti, oppure se la scelta cadrà sul criterio di registrazione Iva (articolo 18, comma 5, del Dpr n. 600/73) che richiederà una opzione vincolante per tre anni. In questo caso va considerato che i pagamenti non rilevano. Inoltre, si deve tenere conto della nuova regola di registrazione delle fatture di acquisto che ai fini Iva va effettuata nell’anno del ricevimento del documento (articolo 2, Dl n. 50/17); quindi, ad esempio, una fattura di acquisto datata 2017 non potrà essere registrata nel 2018 se manca la prova del ricevimento (Pec, raccomandata, ecc.) in tale anno.
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Gian Paolo Tosoni

RASSEGNA STAMPA – UFF. ENTRATE INDICAZIONI

Le indicazioni delle Entrate. I componenti che seguono il regime di competenza

Con la chiusura rimanenze a reddito

Le Entrate, con la circolare 11/2017, hanno affermato che il nuovo criterio delle imprese minori è improntato alla cassa. Questo significa che i ricavi e le spese relative alla attività caratteristica sono rilevanti quando è intervenuto il pagamento (ad eccezione di chi adotta il metodo delle registrazioni Iva), mentre gli altri componenti positivi e negativi sono rilevanti secondo il criterio della competenza.
L’Agenzia ha effettuato una analisi dei componenti che seguono ancora il criterio di competenza. Fra gli elementi positivi del reddito ricordiamo la destinazione dei beni a finalità estranee all’esercizio di impresa. Questo fenomeno si verifica al momento di cessazione della attività da parte dell’impresa in quanto i beni esistenti, non ceduti a terzi, si considerano autoconsumati. Tenuto conto che nel regime di contabilità semplificata le rimanenze iniziali non sono costi deducibili, al momento della cessazione della attività lo stock di rimanenze si considera reddito imponibile.
Sono rilevanti per competenza i proventi immobiliari dei fabbricati che non costituiscono beni strumentali. Ad esempio, una società immobiliare (di persone) che concede in locazione fabbricati abitativi e strumentali, deve considerare i canoni di affitto di quelli abitativi per competenza, mentre i canoni di affitto dei fabbricati strumentali rilevano per cassa.
Le plusvalenze e le minusvalenze rilevano per competenza, essendo conseguenti alla cessioni di beni ammortizzabili il cui costo si deduce per competenza. Rilevano per competenza anche le sopravvenienze attive e passive che non si manifesteranno in un regime improntato alla cassa.
Gli ammortamenti dei beni strumentali continuano a essere dedotti con le regole della competenza. Analogamente si deducono per competenza i canoni di leasing, con la normale procedura di imputare l’anticipo del maxicanone per la durata del contratto. Il prezzo del riscatto sarà, quindi, un costo ammortizzabile.
Sono deducibili per competenza le spese per prestazioni di lavoro dipendente e relativi oneri previdenziali, oltre all’accantonamento per il Tfr; quindi occorre stimare a fine anno il costo della quattordicesima mensilità oltre alle mensilità non ancora pagate.
Anche le spese relative a più esercizi, quali quelle d’impianto, si deducono per quote. I ratei e i risconti saranno inesistenti nel regime di cassa a eccezione dell’anno 2017 in quanto saranno rilevanti quelli aperti all’inizio del periodo di imposta.
Vi sono poi i regimi forfettari di determinazione del reddito. Relativamente all’agriturismo il reddito è pari al 25% dei ricavi conseguiti e in questo caso si devono assumere quelli percepiti in base al criterio di cassa. Invece le altre attività agricole non rientranti nel reddito agrario, come le attività connesse, il reddito viene determinato applicando la percentuale del 25% ai corrispettivi registrati ai fini Iva e tale criterio permane anche in futuro.
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G.P.T

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