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Notizie

UNIONE PROPRIETARI – ras

Unione proprietari: il ras (registro anagrafe sicurezza) non esiste e non va confuso con l’anagrafe condominiale

[A cura di: Avv. Gabriele Bruyère – Presidente Nazionale Uppi]

È senza dubbio necessaria e doverosa una puntualizzazione in merito al registro anagrafe condominiale a seguito dell’intervento sulla disciplina del condomino da parte del D.L. 145/2013, convertito con modificazioni dalla L. 21 febbraio 2014 n. 9, noto come Decreto Destinazione Italia, e per quanto qui interessa particolarmente sull’art. 1130 n. 6 del codice civile da parte dell’art. 1 comma 9 lettera c).

L’intervento normativo ha senza dubbio apportato un ulteriore aggravio alle attribuzioni dell’amministratore laddove dopo le parole “nonchè ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza” sono state inserite le parole “delle parti comuni dell’edificio”.

L’aggravio è dato non solo dal fatto che il registro anagrafe condominiale è uno dei quattro libri “obbligatori” che la nuova legge n. 220/2012 ha imposto all’amministrare di tenere e di curarne la tenuta (a pena di revoca), ma anche dalla mancanza di ogni specificazione sulla tenuta di questo registro. E a tutt’oggi, nonostante le richieste ai Ministeri competenti di UPPIFederproprietàArpe,Confappi e Anaci, e nonostante i convegni organizzati in merito da queste associazioni, non è ancora giunta alcuna interpretazione legislativa di tale norma né una qualche spiegazione su come deve essere tenuto dagli amministratori tale registro “obbligatorio”: proprio la mancanza quantomeno di circolari ministeriali esplicative ha impedito ancora oggi la pubblicazione e la vendita di appositi regolari registri anagrafe condominiale. I dubbi di redazione ovviamente non riguardano le generalità dei singoli proprietari e dei titolari di diritti reali e di diritti personali di godimento, comprensive del codice fiscale e della residenza o domicilio, e i dati catastali di ciascuna unità immobiliare che il registro anagrafe condominiale deve contenere, ma proprio la nuova prescrizione legislativa riferita ad ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza delle parti comuni del condominio. E la giustificazione di tale integrazione è facilmente reperibile nella “relazione” che ha accompagnato il nuovo testo: “con la lettera c) si specifica che i dati relativi alle condizioni di sicurezza da inserire nell’anagrafe condominiale sono quelli relativi alle parti comuni dell’edificio, di cui all’articolo 1117 del Codice civile, evitando che la formulazione normativa più generica possa dar luogo a intromissioni nelle proprietà individuali anche allorché le attività ivi realizzate non interferiscano in alcun modo con la tutela delle strutture essenziali e comuni (tra cui quelle portanti dell’edificio), indicate nell’articolo 1117”.

Orbene, né nel testo del decreto legge, né nella relazione di accompagnamento, né soprattutto nella legge di conversione si fa riferimento alcuno ad un fantomatico RAS definito, non si sa bene da chi, registro anagrafe sicurezza; ed ancor meno, come si rinviene in molte note ed articoli anche di operatori del settore, che tale fantomatico registro dovrebbe essere allegato in qualche modo all’unico registro previsto dal legislatore che deve essere tenuto a cura dell’amministratore del condominio, e cioè al registro anagrafe condominiale. Detto inesistente registro anagrafe sicurezza – definito, si ribadisce non si sa da chi, RAS – non è assolutamente previsto da alcuna legge, né dall’art. 1130 n. 6 cod. civ. come modificato dalla legge n. 220/2012. Né è previsto alcun modulo VCS (valutazione condizioni sicurezza), altra invenzione, che viene spacciato come obbligatorio e la cui nascita sarebbe dovuta al predetto decreto-legge n. 145/2013. Poiché gli amministratori di condominio sono oberati dal legislatore di responsabilità ed i condomini (i proprietari) sono i soggetti più oberati di spese (ivi compresa una tassazione al di là dell’inverosimile) non pare il caso di addossare incombenze e oneri al di là di quanto prevede la legge in materia di sicurezza delle parti comuni del condominio. Ed il legislatore, tenuto conto che un libretto del fabbricato potrebbe essere effettivamente troppo oneroso per tutti non ha fatto altro che istituirlo semplicemente richiedendo che nel registro dell’anagrafe condominiale (libro che obbligatoriamente deve essere tenuto dall’amministratore) fossero inseriti semplicemente dall’amministratore stesso i dati delle sicurezza delle parti comuni del condominio: non ha richiesto di inserire all’interno di detto registro altri registri (il fantomatico RAS)e meno che meno che dovesse essere fatta una valutazione delle condizioni di sicurezza (VCS) che comporterebbero una serie di costi notevoli per i condomini ed un impegno dell’amministratore che non rientra nelle sue competenze ed anche nel suo compenso. Vediamo allora, nel tentativo di semplificare quanto richiesto all’amministratore quali sono questi dati della sicurezza in relazione alla sua responsabilità e a quella del condominio quanto meno in via esemplificativa. Appare ovvio immediatamente che i dati relativi alle condizioni di sicurezza delle parti comuni dell’edificio non possono derivare dalla semplice constatazione delle parti stesse d parte dell’amministratore, ma sono, in primis, i dati inseriti nelle certificazioni obbligatorie come quelle di cui alle normative di legge sugli impianti comuni che devono attestare la conformità degli impianti alle norme vigenti (ad esempio la documentazione relativa alla centrale termica, all’ascensore, etc…).

Cosa deve contenere il registro anagrafe condominiale

Pertanto l’amministratore dovrà inserire nel registro dell’anagrafe condominiale:

  • i dati riferiti al DM 37/08 e cioè alle dichiarazione di conformità degli impianti condominiali elettrico citofonico, televisivo (se centralizzato), elettronico (videosorveglianza, sistema di anti-intrusione), idrico, antincendio, sanitario (allacciamento alla fogna), adduzione GAS (parte condominiale), riscaldamento e climatizzazione (se centralizzato), protezione dalle scariche atmosferiche, che devono già essere in suo possesso;

  • i dati riferiti alla documentazione degli impianti sotto pressione (riscaldamento centralizzato, autoclave) e alla dichiarazione CE ai sensi della direttiva macchine relativa al cancello automatizzato che devono già essere in suo possesso;

  • i dati relativi alla Certificazione Vigili del Fuoco (se prevista), CPI (Certificato Prevenzione Incendi), rinnovo CPI, eventuale SCIA, dopo la riforma, che devono già essere in suo possesso;

  • i dati riferiti al certificato di conformità edilizia e agibilità che deve già essere in suo possesso;

  • i dati riferiti al libretto ascensore attestante il relativo collaudo con indicazione del numero di matricola che deve già essere in suo possesso;

  • i dati riferiti all’impianto elevatore disabili e alle le verifiche periodiche dell’impianto ascensore che devono già essere in suo possesso;

  • i dati riferiti alla documentazione di carattere chimico, fisico e batteriologico (in presenza di serbatoio, cisterna o tubazione comune per l’adduzione dell’acqua potabile e gli impianti di riscaldamento centralizzati e di climatizzazione centralizzati, nonché al protocollo di controllo del rischio Legionellosi», documento che deve contenere una “valutazione del rischio” con l’obiettivo di identificare tutti i fattori di rischio del condominio e, in particolare, degli impianti idrici secondo il quanto previsto dalle linee guida del Ministero della Salute che devono già essere in suo possesso;

  • i dati riferiti alla marcature CE in caso di presenza di giardino con altalene o altri giochi per bambini che devono già essere in suo possesso;

  • i dati relativi alla documentazione e agli adempimenti previsti dal D.Lgs. 81/08 nel caso di presenza portiere che devono già essere in suo possesso;

  • i dati relativi a eventuali interventi per la valutazione o la rimozione di amianto e ad eventuali interventi di manutenzione straordinaria eseguiti dal condominio e soggetti al coordinamento per la sicurezza che devono essere già in suo possesso.

  • i dati relativi alla presenza di macchine, impianti e di eventuali problemi strutturali, che devono essere già in suo possesso.

Quanto sopra senza dimenticare che non possono in ogni caso mancare:

  • i dati di identificazione dell’edificio con i dati storici, urbanistici che devono già essere in suo possesso;

  • i dati relativi alla sicurezza statica dell’edificio (strutture portanti, suolo e sottosuolo (che dovrebbero essere già in suo possesso);

  • i dati relativi alle dotazioni del fabbricato e al certificato di agibilità (oggi unico documento unito all’abitabilità) che devono essere in suo possesso.

Non vi è allo stato, come si è detto, alcuna indicazione di alcun genere su come devono essere inseriti i dati della sicurezza nel Registro Anagrafe Condominiale, ma certo è che l‘amministratore non deve tenere due registri. Dovendo solo inserire detti dati è sufficiente che i dati della sicurezza siano inseriti in qualche modo all’interno del Registro Anagrafe, senza particolari formalismi ma con la semplice accortezza che tutti i dati siano immediatamente individuabili all’occorrenza da chi ha necessità di consultare il registro per qualsiasi motivo; e considerato anche che questi dati devono già essere in possesso dell’amministratore l’inserimento degli stessi dati è un preciso obbligo di legge che incombe sull’amministratore stesso. Laddove non ne sia in possesso, ma non se ne vede il motivo, l’amministratore non potrà procrastinare nel tempo la registrazione e dovrà senza indugio informare l’assemblea della necessità dell’adempimento al fine di eseguirla al più presto perché, a prescindere dalla revoca cui può andare incontro, dalla documentazione mancante può derivare pericolo per le cose comuni di cui egli ed il condominio sono indubbiamente custodi a sensi dell’art. 2051 cod. civ. con le relative responsabilità. Superfluo poi ricordare che a seguito del mancato inserimento dei dati sulla sicurezza richiesto dalla legge potrebbero sorgere problematiche anche per gli eventuali risarcimenti da parte delle compagnie di assicurazioni. Né possono essere procrastinati nel tempo eventuali aggiornamenti dei medesimi dati in conseguenza di variazioni delle condizioni di sicurezza delle parti comuni che dovessero verificarsi anche a causa di manutenzioni o di lavori straordinari che nel tempo dovessero essere eseguiti dal condominio. Alla luce di quanto sopra è evidente che non solo non è previsto un autonomo registro della sicurezza (che peraltro non esiste in alcuna norma di legge) da inserire all’interno del Registro Anagrafe Condominiale, ma che i dati della sicurezza delle parti comuni del condominio dovrebbero già essere in possesso dell’amministratore non essendovi pertanto necessità di effettuare per i proprietari di casa particolari spese se non in casi eccezionali.

RASSEGNA STAMPA – TRIBUTARISTI E GIURISPRUDENZA

La giurisprudenza. Per i giudici tributari occorre verificare fondatezza e attendibilità

La presunzione da sola non basta

La divergenza dei dati comunicati dal cliente e dal fornitore e i conseguenti accertamenti sono già stati oggetto di alcune pronunce dei giudici tributari. La Ctr Bologna (sentenza 2910/11/2017) ha affrontato il caso di un accertamento notificato dall’agenzia delle Entrate a un artigiano fondato sui dati rinvenuti nell’anagrafe tributaria.
Più precisamente, dall’applicativo elenco clienti e fornitori emergeva che una società aveva registrato tra i propri costi fatture emesse dal contribuente accertato. Il provvedimento veniva impugnato dinanzi al giudice tributario eccependo un vizio di prova, atteso che l’intera pretesa si fondava esclusivamente sui dati risultanti in anagrafe tributaria. Erano stati, infatti confrontati i dati dichiarati dalla società rispetto a quelli del contribuente, senza tuttavia verificarne la fondatezza e l’attendibilità. Il collegio di primo grado confermava la legittimità di tale contestazione e il contribuente proponeva appello. La Ctr, sul punto, ha innanzitutto rilevato che l’accertamento era fondato esclusivamente sui valori rinvenuti nell’anagrafe tributaria.
Il Collegio ha tuttavia evidenziato che si trattava di elementi forniti da un altro contribuente, per i quali erano necessarie ulteriori verifiche al fine di attestarne la fondatezza. Occorre così che il maggior reddito risulti in modo certo e diretto e non in via presuntiva, da verbali, questionari e fatture. L’Ufficio, infatti, avrebbe potuto eseguire verifiche bancarie e/o documentali presso la società che aveva registrato le fatture, al fine di verificare l’effettivo esborso del denaro in favore del contribuente. Ciò anche al fine di verificare che non fosse proprio la società ad aver dedotto costi superiori rispetto a quanto fatturato dall’artigiano. Nella specie, quindi mancavano elementi documentali concreti a riprova dei dati meramente indiziari rilevati in anagrafe tributaria.
Ad analoghe conclusioni è giunta anche la Ctr Milano (sentenza 4546/16/2014) per un accertamento a una associazione sportiva, fondato esclusivamente sul predetto applicativo clienti e fornitori. Il collegio ha ritenuto che i dati fossero privi di supporto e quindi di certezza e pertanto non potessero fondare la pretesa.
L’elenco clienti e fornitori, oggetto delle decisioni dei giudici di merito, era uno strumento sostanzialmente analogo al nuovo spesometro. Dinanzi alle prime pronunce di merito che confermano così l’illegittimità, è auspicabile che gli Uffici si astengano da un’applicazione automatica, priva cioè di qualsivoglia riscontro, dei tanti dati presenti in anagrafe tributaria e in particolare dello spesometro.
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Antonio Iorio

LE PRIME SENTENZE Per la Ctr Bologna è necessario che l’anomalia oggetto di accertamento risulti in modo preciso e diretto e non in via presuntiva

RASSEGNA STAMPA – ANTISISMICA E LAVORI EDILI

Agevolazioni edilizie. L’agenzia

Nella detrazione antisismica anche i lavori minori

Se per completare l’opera antisismica è necessario sostenere lavori edili di natura inferiore, come la manutenzione ordinaria (intonacatura, tinteggiatura e rifacimento di pavimenti) o straordinaria, secondo la risoluzione delle Entrate di ieri (n. 147/E) deve essere considerato il carattere assorbente dell’intervento di natura «superiore» rispetto a quello di natura «inferiore» (circolare n. 57/E/98), con la conseguenza, che possono beneficiare della detrazione “speciale” Irpef e Ires del 50% (70% o 80% se la classe di rischio si riduce rispettivamente di uno o di due livelli ovvero del 75% o 85% per le parti comuni condominiali) tutti gli interventi minori assorbiti in quello maggiore.
Si ritiene che questo principio non possa essere mutuato per aumentare dal 50% al 65% la detrazione per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, detraibili al 50% per l’articolo 16-bis del Tuir, necessari per effettuare interventi per il risparmio energetico “qualificato”.
Dalle spese per gli interventi antisismici di «edifici ubicati nelle zone» 1, 2 e 3, sostenute dal 2017 al 2021, le detrazioni “speciali” Irpef e Ires del 50%, 70%, 80%, 75% o 85% vanno ripartite in 5 quote annuali. Secondo la risoluzione n. 147/E/17, questa ripartizione in 5 anni non può essere modificata a discrezione del contribuente. La ripartizione in 10 rate annuali, invece, resta valida per il sisma-bonus generale dell’articolo 16-bis, lettera i) del Tuir, il quale, a differenza del bonus “speciale”, prevede la detrazione solo Irpef del 50% (e non Ires), è a regime (non scade nel 2021), non prevede limiti territoriali (qualunque zona d’Italia) o temporali per l’inizio delle procedure per le autorizzazioni edilizie comunali (quello speciale, invece, impone il via libera dal primo gennaio 2017), prevede un tetto di spesa pluriennale di 96mila euro per singolo intervento (non “per unità immobiliare per ciascun anno”) e impone, appunto, la ripartizione della detrazione in 10 anni (non in 5 anni).
Per gli interventi antisismici “speciali”, detraibili al 50%, 70% o 80%, le spese non possono superare, , nel quinquennio 2017-2021, 96mila euro per unità immobiliare e per singolo intervento. Questo limite, però, non è moltiplicabile «per ciascun anno», come invece previsto dalla norma che ha introdotto questa agevolazione (cioè l’articolo 16, comma 1-bis, del Dl 4 giugno 2013, n. 63), in quanto non è da considerarsi “autonomo” rispetto a quello per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio dell’articolo 16-bis del Tuir. Anche se la nuova norma per gli interventi antisismici parla testualmente di «96mila euro per unità immobiliare per ciascun anno», infatti, per le Entrate non viene individuata «una nuova categoria di interventi agevolabili», perché si rinvia alla lettera i) del citato articolo 16-bis del Tuir (problematica interpretativa trattata dal Sole 24 Ore del 4 novembre 2016).
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Luca De Stefani

RASSEGNA STAMPA

Legge di Bilancio. Ultime votazioni al Senato per il via libera della Commssione – Arriva Fondo da 50 milioni in due anni per risparmiatori danneggiati da banche e finanziarie

Via libera al superticket, bonus bebè ridotto ma stabilizzato

ROMA
Mini-taglio del super-ticket sanitario con la creazione di un fondo di 60 milioni in via strutturale per la riduzione della quota fissa sulla ricetta al fine di consentire una maggiore equità e agevolare l’accesso alle prestazioni sanitarie da parte di specifiche categorie di soggetti vulnerabili. Stabilizzazione del bonus bebè che viene però ridotto a 480 euro annui (40 euro al mese) dal 2019 almeno fino al 2020 mantenendo l’assegno a 960 euro annui per le sole mensilità del 2018 e con un ulteriore paletto: l’agevolazione spetterà solo fino al compimento del primo anno di età del neonato e del bambino adottato e non più fino all’età di tre anni. Istituzione del nuovo Fondo di ristoro finanziario destinato a risarcire i risparmiatori rimasti vittime di «danno ingiusto» per il crack delle banche con una dote iniziale di 25 milioni l’anno per il biennio 2018-2019 (in tutto 50 milioni). Sono queste le principali novità contenute in emendamenti e sub-emendamenti (anche con versioni riformulate) al disegno di legge di bilancio andate in votazione in commissione Bilancio al Senato nel rush finale per sottoporre oggi il testo all’Aula, dove il Governo ricorrerà alla fiducia che arriverà domani.
Nel corso di una lunga giornata, sempre all’insegna degli stop and go, per i continui tira e molla nella maggioranza (e anche con l’opposizione) per spartirsi le ultime risorse disponibili per ritocchi dell’ultima ora. E così è arrivato il via libera alla destinazione di 1,5 milioni l’anno dal 2019 per la stabilizzazione della Scuola sperimentale di dottorato internazionale Gran Sasso science institute (emendamento Pd), al rifinanziamento di 4 milioni per gli italiani all’estero (sempre proposta Pd) e a un altro pacchetto di correttivi di Ala come quello che prevede lo stop alle rate in scadenza nel 2018 e nel 2019 dei mutui concessi dalla Cassa depositi e prestiti ai Comuni di Ischia colpiti dal sisma dello scorso agosto.
Tra gli ultimi emendamenti arrivati al voto quello di Karl Zeller (gruppo Autonomie) che fa scattare la riapertura per l’assegnazione agevolata dei beni ai soci e per la trasformazione delle società semplici. L’imposta sostitutiva potrà essere applicata per le operazioni poste in essere successivamente al 30 settembre 2017 ed entro il 30 settembre 2018. Per i pagamenti rateali le nuove date sono fissate al 30 novembre 2018 ed al 16 giugno 2019. Lo stesso emendamento riapre i termini per l’estromissione dei beni posseduti dall’impresa al 31 ottobre 2017: si potrà versare l’imposta sostitutiva su tutte le operazioni effettuate dal 1° gennaio 2018 al 31 maggio del prossimo anno. Gli effetti dell’estromissione dei beni decorreranno dal 1° gennaio 2018 e le due rate per chi dilaziona il versamento sono fissate al 30 novembre 2018 e al 16 giugno del 2019.
Tra i correttivi approvati anche il mini-pacchetto Comuni con un più graduale accantonamento nel tempo al bilancio di previsione del Fondo crediti di dubbia esigibilità e i ritocchi su fabbisogni standard e fusioni di piccoli Comuni. Nasce poi, su proposta del Pd, al ministero delle Infrastrutture un Fondo progettazione per il cofinanziamento di progetti degli enti locali per la messa in sicurezza di edifici e strutture pubbliche con una dote di 30 milioni l’anno dal 2018 al 2030.
Tra le modifiche approvate in serata la possibilità di finanziare la misura “resto al sud” con i programmi operativi nazionali. Diminuiscono, poi, gli obblighi e le sanzioni per i call center utilizzati per servizi di contatto telefonico con la clientela non esternalizzati. Per le scuole arriva la proroga dei servizi di pulizia fino a tutto il 2019, la possibilità per i Comuni di mettere “fuori bilancio” i mutui contratti per l’ediliza scolastica e una deroga per l’ammissione al concorso dei dirigenti scolastici. In materia di graduatorie è arrivata con un subemendamento al “milleproroghe” la misura di scorrimento delle graduatorie per i concorsi della Pa e per forze di polizia, vigili del fuoco, dipendenti degli enti pubblici economici (agenzie incluse), segretari comunali ed enti di ricerca.
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Marco Mobili
Marco Rogari

ADDIO AL GIUDICE DI PACE – RASSEGNA STAMPA

Il sindaco abbandona i giudici di pace

Un Comune su sei «taglia» gli uffici: costano troppo tra impiegati, affitti e spese

Addio ai giudici di pace. I sindaci che all’indomani della soppressione massiccia degli uffici, decisa cinque anni fa dal ministero della Giustizia, si erano dichiarati disponibili a mantenerli a loro spese stanno facendo marcia indietro. Finora sono già 39 i Comuni depennati dalla lista dei 251 che hanno ottenuto il sì a conservare l’ufficio: circa uno ogni sei. E la sensazione diffusa è che il numero delle “defezioni” sia destinato a crescere.
La ragione? I costi: non per i compensi dei magistrati onorari – che restano a carico del ministero della Giustizia – ma soprattutto per gli stipendi del personale amministrativo, oltre che per l’eventuale affitto e la manutenzione dei locali, le utenze, il riscaldamento e i materiali.
Il taglio degli uffici
La scure sugli uffici del giudice di pace è calata nel 2012, con la revisione della geografia giudiziaria varata dal Governo Monti. Una rivoluzione, che ha imposto di chiudere – oltre a 3o tribunali, altrettante procure e tutte le 220 sezioni distaccate di tribunale – anche 664 sulle fino ad allora 846 sedi dei giudici di pace: gli onorari che decidono in primo grado su tanti contenziosi (civili e penali) sarebbero passati dall’essere presenti in più di un Comune su dieci a circa in uno su 44.
Ma ai sindaci che volessero mantenere un presidio della giustizia è stata data la possibilità di chiedere di conservare l’ufficio a proprie spese, anche consorziandosi con gli enti locali vicini. Le domande non sono mancate e hanno innescato la revisione della geografia delle sedi. A oggi, peraltro, il sistema non è stabile, perché le retromarce dei municipi sono sempre possibili: o per esplicita rinuncia del Comune o per decisione “d’ufficio” del ministero, se gli enti locali non rispettano l’impegno di far funzionare il servizio per oltre un anno. Al momento, gli uffici sono 394: 182 a carico del ministero e 212 mantenute dagli enti locali.
Le retromarce
Sono i costi ad aver fatto tornare sui loro passi finora 22 Comuni, mentre per altri 17 è scattata la chiusura “d’ufficio”. A pesare sono soprattutto gli stipendi per i cancellieri e gli altri amministrativi. Lo conferma Bruna Sibille, sindaco di Bra, in provincia di Cuneo: «Per mantenere i giudici di pace – spiega – i sindaci del territorio si sono uniti, con Bra capofila, per far fronte alle spese: circa 150mila euro all’anno. Ma quando un giudice, che svolgeva anche le funzioni di cancelliere, è andato in pensione, avremmo dovuto assumere altro personale sostenendo spese per noi eccessive: a inizio anno abbiamo dovuto rinunciare».
È simile la storia di Marsico Nuovo, in provincia di Potenza: «Io sono avvocato – afferma il sindaco, Gelsomina Sassano – e mi sono battuta per mantenere qui i giudici di pace. Ci siamo riusciti perché i due amministrativi sono stati messi a disposizione dalla Regione; ma ora questa disponibilità è terminata e dalla scorsa settimana abbiamo dovuto chiudere: non abbiamo personale da trasferire».
Ad Alghero, in provincia di Sassari, il sindaco, Mario Bruno, ha destinato tre dipendenti comunali all’ufficio del giudice di pace: «I migliori – dice – e li abbiamo formati per il nuovo incarico. Ma il carico di lavoro era eccessivo e lo stress li ha portati ad assenze per malattia. L’ufficio è stasto chiuso a lungo e siamo stati costretti a rendere definitivo lo stop». Una mossa che non è piaciuta agli avvocati: «È un disagio – lamenta Edoardo Morette, legale ad Alghero – per i cittadini e la polizia locale, che anche per un’opposizione a sanzione amministrativa di basso valore devono spostarsi a Sassari. E manca un presidio d’estate, quando Alghero triplica gli abitanti, arrivando a 150mila».
valentina.maglione@ilsole24ore.com
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Valentina Maglione

CASSAZIONE – SUPERCONDOMINIO

Cassazione: non serve l’approvazione dell’assemblea per la nascita del supercondominio

Se più condomini hanno alcune cose in comune il supercondominio viene in essere per legge

Non serve alcune approvazione dell’assemblea per costituire unsupercondominio. Lo ha stabilito la corte di Cassazione con sentenza 15/11/2017, n. 27094.

Come accade anche per il normalecondominio, il supercondominio “viene in essere ipso iure et facto, se il titolo non dispone altrimenti, senza bisogno d’apposite manifestazioni di volontà o altre esternazioni e tanto meno d’approvazioni assembleari“, spiega la Corte. E’ sufficiente a tal fine che “singoli edifici, costituiti in altrettanti condomini, abbiano in comune talune cose, impianti e servizi legati, attraverso la relazione di accessorio e principale, con gli edifici medesimi“.

La vicenda ha avuto inizio da una impugnazione di una delibera assembleare di cui assumeva la nullità perchè adottata in violazione di norme imperative di legge, del regolamento di condominio.

Il Tribunale Milano aveva accolto in parte l’impugnazione mentre in appello, la sentenza di primo grado veniva parzialmente riformata.

Il caso finiva dunque in Cassazione dove gli Ermellini, nel respingere il ricorso hanno evidenziato che la sentenza impugnata ha correttamente affermato che l’intero complesso è costituito da una “pluralità di palazzi che utilizzano alcuni servizi in comune con ciò ricalcando puntualmente il paradigma delsupercondominio“.

Testo sentenza Cassazione n.27094/2017 

REDDITO D’INCLUSIONE – RASSEGNA STAMPA

Chiarimenti per il Reddito d’inclusione

Con il messaggio n. 4636/17, pubblicato ieri, l’Inps ha fornito le prime indicazioni sulle specifiche tecniche richieste per la trasmissione telematica delle domande di Rei da parte degli enti preposti. Il reddito d’inclusione (Rei) costituisce la nuova misura unica nazionale di contrasto alla povertà introdotta dal Dlgs 147/17 e che essa prenderà il via dal 1° gennaio 2018. Possono accedere al Rei i soggetti con reddito Isee non oltre 6mila euro e reddito disponibile (Isr) non superiore a 3mila euro in possesso di immobili, diversi dalla prima casa di abitazione, per un valore Imu non oltre 20mila euro e di un patrimonio mobiliare non oltre 6mila, con un incremento di 2mila euro per ciascun membro della famiglia oltre il primo fino ad un massimo di 10mila euro.
Il Rei è concesso dall’Inps, previa presentazione di un’apposita domanda presso specifici punti d’accesso individuati a livello comunale o di ambiti territoriali e sulla base di un modello predisposto dallo stesso Istituto. Nel messaggio di ieri si chiarisce che in attesa della circolare contenente il modulo della domanda, l’Inps mette a disposizione in un allegato le specifiche per la trasmissione delle domande con l’indicazione dei tracciati utilizzabili.
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M.Piz.

EQUO COMPENSO – RASSEGNA STAMPA

Decreto fiscale. Così i professionisti si difendono anche dalle clausole vessatorie nei rapporti con banche, assicurazioni, grandi imprese e pubbliche amministrazioni

Equo compenso, due anni per fare ricorso

Il termine decorre dall’entrata in vigore della legge di conversione: sono compresi i contratti in corso

Il termine di 24 mesi a disposizione dei professionisti per chiedere al giudice l’annullamento delle presunte clausole vessatorie o l’adeguamento del presunto compenso non equo decorre dall’entrata in vigore delle nuove norme. È questa una delle novità della disciplina dell’equo compenso, che aggiorna i rapporti tra professionisti e clienti “forti”, contenuta nel decreto fiscale ora all’esame della Camera dopo aver avuto il primo ok del Senato.
La norma
In base al nuovo articolo 13-bis, comma 9, della legge 247/2012, l’azione diretta alla dichiarazione di nullità delle clausole vessatorie contenute nelle convenzioni stipulate tra avvocati e imprese «è proposta, a pena di decadenza, entro ventiquattro mesi dalla data di sottoscrizione delle convenzioni medesime».
Il comma 10 dello stesso articolo 13-bis dispone quindi che il giudice, se accerta «la non equità del compenso e la vessatorietà di una clausola», dichiara la nullità di quest’ultima e determina il compenso dell’avvocato in base ai parametri previsti da decreto del ministro della Giustizia.
Il decreto fiscale non chiarisce se la norma che prevede il ricorso al giudice per far valere la nullità riguardi anche i contratti in corso. Si deve, quindi, aver riferimento al principio generale di irretroattività delle leggi, che impedisce l’applicazione di una nuova disciplina non solo ai rapporti giuridici già esauriti al momento dell’entrata in vigore di una legge, ma anche a quelli sorti anteriormente e ancora in vita. Regola, questa (che si fonda sul principio della certezza del diritto), ribadita dalla Cassazione con la sentenza 10436/2002, pronunciata in un giudizio in cui era in discussione l’efficacia temporale della normativa sulle clausole vessatorie, introdotta nel Codice civile dalla legge 52/1996.
Le clausole vessatorie
In generale, si considerano vessatorie, ai fini di quanto disposto dall’articolo 13-bis, le clausole contenute nelle convenzioni unilateralmente predisposte da clienti “forti” (banche e assicurazioni), che determinano, «anche in ragione della non equità del compenso pattuito, un significativo squilibrio contrattuale a carico dell’avvocato».
In ogni caso, sono vessatorie, «salvo che siano state oggetto di specifica trattativa e approvazione», le clausole che impongono all’avvocato di anticipare le spese della controversia, rinunciare al rimborso delle spese o accettare termini di pagamento superiori a sessanta giorni dalla data della richiesta. O, ancora, quelle che permettono al cliente di rifiutare la forma scritta degli elementi essenziali dell’accordo, modificare unilateralmente le condizioni del contratto o pretendere prestazioni aggiuntive a titolo gratuito; queste ultime due clausole sono sempre considerate vessatorie, a prescindere da trattativa e approvazione.
I soggetti interessati
Le nuove regole nascono a tutela, innanzitutto, degli avvocati. La legge di conversione del decreto fiscale estende quindi le disposizioni dell’articolo 13-bis della legge 247/2012 alle prestazioni rese dai professionisti di cui all’articolo 1 della legge 81/2017, e cioè alle attività relative a rapporti di lavoro autonomo previsti dal Codice civile. Con un monito finale alla Pa, che è chiamata a garantire l’equo compenso a tutti i soggetti a cui conferisca incarichi professionali.
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Antonino Porracciolo

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