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ADDIO AL GIUDICE DI PACE – RASSEGNA STAMPA

Il sindaco abbandona i giudici di pace

Un Comune su sei «taglia» gli uffici: costano troppo tra impiegati, affitti e spese

Addio ai giudici di pace. I sindaci che all’indomani della soppressione massiccia degli uffici, decisa cinque anni fa dal ministero della Giustizia, si erano dichiarati disponibili a mantenerli a loro spese stanno facendo marcia indietro. Finora sono già 39 i Comuni depennati dalla lista dei 251 che hanno ottenuto il sì a conservare l’ufficio: circa uno ogni sei. E la sensazione diffusa è che il numero delle “defezioni” sia destinato a crescere.
La ragione? I costi: non per i compensi dei magistrati onorari – che restano a carico del ministero della Giustizia – ma soprattutto per gli stipendi del personale amministrativo, oltre che per l’eventuale affitto e la manutenzione dei locali, le utenze, il riscaldamento e i materiali.
Il taglio degli uffici
La scure sugli uffici del giudice di pace è calata nel 2012, con la revisione della geografia giudiziaria varata dal Governo Monti. Una rivoluzione, che ha imposto di chiudere – oltre a 3o tribunali, altrettante procure e tutte le 220 sezioni distaccate di tribunale – anche 664 sulle fino ad allora 846 sedi dei giudici di pace: gli onorari che decidono in primo grado su tanti contenziosi (civili e penali) sarebbero passati dall’essere presenti in più di un Comune su dieci a circa in uno su 44.
Ma ai sindaci che volessero mantenere un presidio della giustizia è stata data la possibilità di chiedere di conservare l’ufficio a proprie spese, anche consorziandosi con gli enti locali vicini. Le domande non sono mancate e hanno innescato la revisione della geografia delle sedi. A oggi, peraltro, il sistema non è stabile, perché le retromarce dei municipi sono sempre possibili: o per esplicita rinuncia del Comune o per decisione “d’ufficio” del ministero, se gli enti locali non rispettano l’impegno di far funzionare il servizio per oltre un anno. Al momento, gli uffici sono 394: 182 a carico del ministero e 212 mantenute dagli enti locali.
Le retromarce
Sono i costi ad aver fatto tornare sui loro passi finora 22 Comuni, mentre per altri 17 è scattata la chiusura “d’ufficio”. A pesare sono soprattutto gli stipendi per i cancellieri e gli altri amministrativi. Lo conferma Bruna Sibille, sindaco di Bra, in provincia di Cuneo: «Per mantenere i giudici di pace – spiega – i sindaci del territorio si sono uniti, con Bra capofila, per far fronte alle spese: circa 150mila euro all’anno. Ma quando un giudice, che svolgeva anche le funzioni di cancelliere, è andato in pensione, avremmo dovuto assumere altro personale sostenendo spese per noi eccessive: a inizio anno abbiamo dovuto rinunciare».
È simile la storia di Marsico Nuovo, in provincia di Potenza: «Io sono avvocato – afferma il sindaco, Gelsomina Sassano – e mi sono battuta per mantenere qui i giudici di pace. Ci siamo riusciti perché i due amministrativi sono stati messi a disposizione dalla Regione; ma ora questa disponibilità è terminata e dalla scorsa settimana abbiamo dovuto chiudere: non abbiamo personale da trasferire».
Ad Alghero, in provincia di Sassari, il sindaco, Mario Bruno, ha destinato tre dipendenti comunali all’ufficio del giudice di pace: «I migliori – dice – e li abbiamo formati per il nuovo incarico. Ma il carico di lavoro era eccessivo e lo stress li ha portati ad assenze per malattia. L’ufficio è stasto chiuso a lungo e siamo stati costretti a rendere definitivo lo stop». Una mossa che non è piaciuta agli avvocati: «È un disagio – lamenta Edoardo Morette, legale ad Alghero – per i cittadini e la polizia locale, che anche per un’opposizione a sanzione amministrativa di basso valore devono spostarsi a Sassari. E manca un presidio d’estate, quando Alghero triplica gli abitanti, arrivando a 150mila».
valentina.maglione@ilsole24ore.com
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Valentina Maglione

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